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Alessandro Miceli, commissario straordinario dell’Ordine nazionale dei biologi per Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta: “Tamponi ed analisi giungono nelle nostre mani. Stiamo cercando, con fatica, di uscire dal cono d’ombra delle professioni sanitarie”


Tamponi, test, analisi ma anche sperimentazioni a caccia della soluzione giusta. Mai come in questo periodo in cui è esplosa l’emergenza Coronavirus l’opinione pubblica ha rivolto il proprio sguardo (e le relative speranze) verso il mondo dei laboratori. Realtà che in tempi “normali” passano spesso sotto silenzio o nell’indifferenza ma che, con la fame di risposte al Covid-19, oggi sono alla ribalta. Insieme a una delle professioni che li popolano: i biologi. “Tra le professioni sanitarie la nostra è comunemente poco considerata se non del tutto ignorata – dichiara Alessandro Miceli, biologo ed embriologo clinico, commissario straordinario dell’Ordine Nazionale dei Biologi di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta – eppure il nostro ruolo è di fondamentale importanza per l’attività dei laboratori di qualsiasi struttura sanitaria, pubblica o privata che sia“.

Dottor Miceli, si è mai spiegato questa carenza di attenzione per la categoria?

Mi hanno piacevolmente colpito i meritatissimi ringraziamenti rivolti in queste settimane, attraverso i vari mezzi di informazione, a medici, infermieri, personale sanitario in genere così come a farmacisti, commessi di supermercati e negozi di alimentari ed a chi provvede alle consegne a domicilio; mi spiace però che nessuno citi un’altra categoria di lavoratori della sanità altrettanto coinvolta e sottoposta a carichi di lavoro particolarmente intensi, gli operatori di laboratorio e, tra questi, noi biologi. Verosimilmente questo perché non siamo particolarmente esposti, non operiamo direttamente “sul fronte” come i medici e gli infermieri, ma agiamo nelle immediate retrovie, chiusi negli spazi, talvolta anche ristretti, dei laboratori di analisi e diagnostica. I biologi sono sempre stati e restano un anello fondamentale della catena di assistenza sanitaria“.

Siete anche voi una figura sanitaria.

Certamente si, ma non avendo, in genere, un contatto diretto con i pazienti e quindi con le persone, che sono i veri fruitori del servizio sanitario, forse anche per questo motivo risultiamo in qualche modo meno visibili. I tamponi ed i prelievi eseguiti in questi giorni in tutta Italia per rilevare il Covid-19 indispensabili per la diagnosi nonché per la definizione della portata del fenomeno e conseguentemente delle politiche sanitarie di contrasto alla pandemia, vengono processati ed esaminati in laboratori specializzati di strutture sanitarie, individuate dalla direzione sanitaria regionale, provvisti della dotazione strumentale necessaria e di personale addestrato tra cui biologi e tecnici di laboratorio biomedico“.

Una situazione particolare.

Quella dei biologi è una categoria piuttosto variegata; sono una trentina circa i profili professionali individuati, la stragrande maggioranza dei quali ascrivibili all’ambito sanitario in senso stretto. Eppure, l’Ordine nazionale dei biologi istituito nel 1967 faceva capo, fino al 2018, al Ministero della Giustizia. Con la legge 3 del 2018 sul riordino delle professioni sanitarie nota come “Legge Lorenzin” l’Ordine è passato sotto il controllo del Ministero della Salute. Di conseguenza, come per le altre professioni sanitarie, lo stesso Ministero, tenuto conto delle note del Consiglio dell’ordine nazionale dei biologi, ha disposto con decreto del 23 marzo 2018 l’articolazione dell’unico Ordine nazionale in undici Ordini territoriali aventi per competenza  territoriale una o più regioni. Nel nostro caso si tratta di una macroregione essendo il Piemonte accorpato alla Liguria ed alla Valle d’Aosta. Gli iscritti all’Ordine in tutta la penisola sono 52mila circa mentre nella nostra macroregione sono circa 3200“.

Scherzosamente lei definisce la sua categoria “biologi di clausura”, ma di recente c’è stata la giusta ribalta per chi fa il vostro lavoro.

Sì è vero, riferendomi in particolare alla categoria dei biologi laboratoristi costretti spesso a lavorare, per ovvi motivi legati alla strumentazione di laboratorio, all’interno di un luogo fisico ben definito, da qui la clausura. Tenuto conto che spesso ciò avviene per l’intera durata del turno di lavoro il concetto risulta ancora più chiaro. La ribalta per un biologo, non a caso definito topo da laboratorio, arriva in genere in concomitanza di eventi particolari con un importante impatto mediatico. Per venire ai fatti recenti il primo isolamento del Coronavirus in Italia è avvenuto grazie al lavoro di validissime colleghe biologhe dello Spallanzani, evento per il quale hanno ricevuto un encomio solenne dall’Ordine. Sarebbe forse più corretto godere della giusta visibilità sempre, per l’essenzialità del nostro lavoro quotidiano e non solo in occasione di circostanze particolari. In questi ultimi anni l’Ordine si è speso molto per il rilancio anche mediatico della figura professionale del biologo, in tutte le sue sfaccettature e molteplici competenze, a maggior ragione in un periodo come questo legato ad una emergenza sanitaria di portata mondiale e quindi alla necessità di individuare la presenza del Covid-19 possibilmente già nelle fasi precoci di infezione“.

Forse è un’inversione di tendenza?

Più che un’inversione di tendenza direi che ci sono diverse tipologie di lavoro; i biologi nutrizionisti, per fare un esempio, lavorano direttamente con il paziente, possono quindi interagire con lui, stabilire un rapporto umano e non solo di tipo professionale. E’ questo un aspetto non secondario a mio avviso della professione. Io, per fare un’altro esempio, mi occupo di fecondazione assistita e, come tutti i colleghi che lavorano con me o che svolgono la mia stessa professione ovunque nel mondo, sono vincolato, nell’esercizio della professione, agli spazi di un laboratorio chiuso, i cui parametri ambientali devono essere costantemente controllati, ed in condizioni di penombra per la tipologia del materiale biologico trattato. La visibilità l’abbiamo acquisita, come categoria professionale, con la la presa di coscienza da parte delle coppie di pazienti, che il laboratorio di fecondazione assistita rappresenta il cuore pulsante dell’intero sistema. Stabiliamo quindi con i nostri pazienti un rapporto molto stretto per trasmettere loro un concetto fondamentale: sebbene non visibili siamo gli unici custodi e tutori del loro materiale biologico. Questo rassicura molto i pazienti e dissolve, in qualche modo, la cortina fisica che ci isola dal mondo esterno e ci costringe, per l’appunto, allo stato di “clausura”. E ancora, per i biologi che svolgono nei loro laboratori attività di ricerca, in ambito accademico e non solo, i momenti di visibilità si realizzano grazie alle pubblicazioni dei risultati della loro attività di ricerca, spesso lunga e laboriosa, così come in occasione di eventi scientifici come convegni, congressi, workshop e così via“.

In queste settimane si è attivata una grande ricerca di medici e infermieri, su scala nazionale. Servono anche più biologi?

Ne sono convinto. D’altra parte, con il massiccio aumento dei tamponi e dei test, è inevitabile un altrettanto massiccio aumento del materiale da processare ed analizzare. Tenuto conto che le strutture abilitate a trattare i prelievi legati al Covid-19 non saranno altrettanto numerose, presto il carico di lavoro si farà imponente per quelle strutture. Nella diagnostica di laboratorio legata alla medicina d’urgenza, si lavora già con turni che coprono le 24 ore. Non è da escludere che anche per l’emergenza Coronavirus, possano essere definiti più turni di lavoro; serviranno necessariamente altre forze lavoro. Tali forze potrebbero essere reclutate tra i professionisti in graduatoria nelle asl per incarichi e supplenze, ma potenzialmente anche attraverso accordi particolari con la sanità privata, pur se non semplici da realizzare, per mobilitare quei biologi dipendenti che, a causa della pesante flessione delle attività sanitarie ritenute non urgenti, potrebbero ritrovarsi nelle condizioni di sottoimpiego se non addirittura di inoperatività. Questo potrebbe evitare, beninteso laddove possibile, il ricorso a forme straordinarie di sostegno al reddito come la cassa integrazione e gli ammortizzatori sociali“.

[Via Savonanews]